NO all’autonomia differenziata

di Marianna Panico

L’agenda 2024 del Governo italiano si è aperta a gennaio scorso, con la discussione  e approvazione in prima lettura da parte del Senato della Repubblica, del disegno di legge DDL Calderoli sull’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario.

Si tratta di una proposta che rappresenta la secessione del nord dal sud, da sempre nell’agenda politica antimeridionalista della Lega. Il Sud sarà definitivamente marginalizzato; il lavoro, la salute, l’istruzione, la mobilità, l’ambiente etc. verranno “territorializzati” e privatizzati in una logica di lottizzazione e di scontro tra le Regioni per l’accaparramento delle poche risorse statali, senza dimenticare che l’autonomia regionale differenziata si attuerebbe in una situazione post-pandemia che ha accentuato le disuguaglianze territoriali, un indice basso di sviluppo economico per il 2023 pari a +0,64% (dato istat: tasso di crescita del PIL per l’intero anno 2023 ) ed su uno scenario futuro di rallentamento dell’economia sotto i venti di guerra totale che coinvolgerebbe l’Europa in uno scontro frontale contro la Russia.

Per capire le responsabilità politiche di questo disegno di legge secessionista prendo a prestito un passo dell’introduzione al libro “Verso la secessione dei ricchi?” di Gianfranco Viesti: 

“La richiesta, partita e fortemente sostenuta da alcuni Presidenti della Lega nel 2017 – Veneto, Piemonte, Lombardia ma, con qualche differenza, anche del centrosinistra dell’Emilia Romagna – trasferisce alle regioni richiedenti la competenza per molte materie – ad esempio la scuola – e contemporaneamente prevede di deviare nelle casse regionali una fetta consistente del prelievo fiscale, in proporzione al gettito del territorio. Un’iniziativa “tripartisan”: parte dal Governo Gentiloni, viene raccolta dal Governo pentaleghista, continua il suo cammino con il Governo giallorosa (è un punto dell’accordo M5S/PD) e atterra nel Governo Draghi”.

Oggi, a spron battuto, l’autonomia differenziata viene cavalcata dal governo Meloni come merce di scambio vero il premierato assoluto.

Infatti, il giorno successivo alla prima votazione alla Camera dell’autonomia differenziata avvenuta il 23 gennaio 2024, la Commissione Affari costituzionali del Senato, c on 11 voti favorevoli e 9 contrari,  ha approvato la proposta di adottare come testo base il disegno di legge di iniziativa del governo sul premierato, che prevede l’introduzione in Costituzione dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, il cosiddetto ddl Casellati. E’ un accordo di scambio nella maggioranza, tra coloro che vogliono l’autonomia differenziata (Lega in primis) e quelli che vogliono il premierato (Fratelli d’Italia); così alle prossime elezioni europee, la Lega potrà offrire ai suoi elettori lo spacca-Italia e i fratelli d’Italia l’obiettivo dei pieni poteri.

Diverse forze nazionali sono da anni impegnate nel contrasto all’autonomia regionale differenziata e hanno costituito il “Tavolo nazionale contro ogni autonomia differenziata” ed il “Comitato Nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata”. Dal 2018 hanno informato con convegni e tavole rotonde, hanno utilizzato tutti gli strumenti a disposizione quali appelli, petizioni, manifestazioni affinché più cittadini possibile potessero conoscere e prendere coscienza della gravità del provvedimento; hanno coinvolto Sindaci e chiedo approvazioni di ordini del giorno nell’ambito dei consigli comunali di contrarietà all’ipotesi di autonomia differenziata regionale e di impegno promuovere e facilitare le condizioni per un referendum popolare abrogativo della legge Calderoli, una volta approvata dal Parlamento; hanno promosso leggi di iniziativa popolare affinché i Consigli regionali si impegnassero a non richiedere il regionalismo differenziato.

Di autonomia differenziata, la cui base giuridica è il comma 3 dell’articolo 116 del Titolo V della Costituzione, malamente rinnovato dalla bicamerale di D’Alema, si è iniziato a parlare nel 2018, quando furono scoperte, dalla rivista ROARS, le intese “segrete” tra Fontana, Zaia, Bonaccini e la ministra Erika Stefani. Il DDL Calderoli prevede la devoluzione di ben 23 materie di competenza esclusiva statale o concorrente alle regioni che ne hanno fatto richiesta e, al contempo, il trasferimento dei finanziamenti aggiuntivi che servono per gestire i nuovi poteri, che sono amministrativi, ma anche legislativi. Tali finanziamenti, dati i vincoli di bilancio statale, non possono che essere sottratti agli altri territori.

Si configura il paradossale esito del depauperamento dei più poveri a vantaggio dei più ricchi, che proclamano di essere “la locomotiva economica” del paese e di “meritare”, per questo, di rendersi indipendenti e di poter gestire in autonomia il proprio residuo fiscale.

L’articolo 116 della Costituzione purtroppo dà la possibilità alle regioni di chiedere autonomia, ma va letto nel contesto di una carta costituzionale che ha, tra i suoi principi, la unità e indivisibilità della repubblica e l’uguaglianza tendenziale dei diritti, per tutti i cittadini italiani (articoli 3 e 5 della Costituzione). Si può affermare quindi che ddl Calderoli supera il confine della legittimità costituzionale.

Con le richieste del Nord e dell’Emilia, dalle pre-intese già firmate, invece, si sta attuando una vera e propria riforma istituzionale, perché si verrà a configurare una sorta di federalismo. Ci saranno delle ‘piccole patrie’ che, dimentiche del principio solidaristico che informa la Costituzione, si contenderanno con ogni mezzo le risorse disponibili, per garantire il massimo dei livelli di servizio ai loro cittadini, a detrimento dei cittadini delle altre regioni rimaste “ordinarie”. 

Si introduce, insomma, un terzo statuto regionale, quello della regione ad autonomia differenziata, oltre a quello della regione ordinaria e a quello della regione a statuto speciale.

E tutto questo senza alcun dibattito pubblico e senza consultare il Parlamento se non alla fine del percorso, con le camere elettive consultate e chiamate ad approvare o a respingere in blocco quello che è stato contrattato separatamente tra regioni e ministero.

Quali bilanciamenti prevede la Costituzione per le regioni non autonome? La determinazione dei cosiddetti LEP, LIVELLI ESSENZIALI DI PRESTAZIONE, che dovrebbero bilanciare i fondi extra dati alle regioni autonome per gestire i nuovi poteri. Ma questi LEP, che dovrebbero essere stabiliti e finanziariamente coperti prima di concedere l’autonomia, in realtà non sono MAI stati quantificati essendo impossibile determinare le congruenti coperture finanziare. I LEP stabiliscono solo quale sia il livello di servizio al di sotto del quale non si può scendere, ma non impediscono che, chi ha più capacità di spesa, acquisti servizi aggiuntivi in ogni settore, dalla Sanità alla Scuola ai Trasporti. Tra l’altro l’atto che darà sostanza ai Lep non sarà una legge, ma un DPCM, quindi i diritti dei cittadini saranno decisi nel segreto delle stanze del governo e contrattati con l’esecutivo regionale e dipenderanno dalla sua “residenza” tanto che la mobilità dei cittadini tra una regione e l’altra subirà un forte arresto con un duro colpo al diritto al domicilio per lavoro, per studio, per cure mediche.

Anche la Commissione parlamentare di bilancio ha bocciato il progetto di Calderoli, privo di previsione degli effetti economici e politici sul paese. Si è espressa contro anche la CEI, la Conferenza episcopale, così come molti Costituzionalisti illustri, da Azzariti a Villone; quest’ultimo ha anche presentato una legge di iniziativa popolare che ha raccolto 106.000 firme (ne bastavano 50.000), ignorata dal governo e posta beffardamente in discussione il 16 gennaio, ma solo dopo il disegno di legge Calderoli! Quale può essere il senso ed il valore di inserire una legge di iniziativa popolare che deve contrastare un progetto di legge di un ministro dopo la sua discussione se non a sabotare l’iniziativa popolare e ad azzerare la voce e la volontà dei cittadini!?

In sintesi: il disegno di legge Calderoli è inaccettabile nel merito perché:

  • Sfascia la Repubblica “una e indivisibile”
  • Rompe l’unità anche culturale del paese, perché crea sistemi scolastici diversi e con diversi programmi
  • Crea inaccettabili disparità tra lavoratori con contratto nazionale e lavoratori con nuovo contratto regionale (meglio pagati, a parità di ruolo e funzioni)
  • Configura un furto di risorse dal territorio più povero al più ricco, senza neppure i previsti (e poco significativi) bilanciamenti (LEP)
  • Apre la via a privatizzazioni selvagge dei servizi legati a diritti costituzionali imprescrittibili e non decentra affatto il potere, ma crea, invece, le condizioni per un nuovo centralismo locale, più insidioso perché privo di una norma superiore cui appellarsi in caso di abuso clientelare.

È inaccettabile nel metodo, poi, perché:

  1. È una surrettizia modifica della Costituzione che non avviene per la via lecita dell’art. 138, ma con una legge ordinaria che non può essere riconducibile alla maggioranza degli elettori per le storture del maggioritario, che non troverebbe nessuna giustificazione in un ipotetica efficienza della PA.
  2. Esautora definitivamente il Parlamento, a vantaggio delle giunte regionali e della Conferenza Stato-Regioni.
  3. Si presenta la legge come “collegato” alla legge di bilancio, il che vuol dire che la legge non richiede doppia lettura e che sarà molto improbabile che si possa fare un referendum abrogativo ex articolo 75 della Costituzione.
  4. Il ddl Calderoli segna un primo grave passo verso la divisione economica e sociale del Paese le cui conseguenze porterebbero al crollo sociale ed economico dei territori più svantaggiati mettendo facilmente in crisi l’intera Italia.

E’ evidente però che l’accelerazione che è stata impressa alla discussione ed approvazione di questo scellerato disegno di legge, che distruggerà le fondamenta della Repubblica democratica, impone un altrettanta accelerazione al suo contrasto. Il ministro Calderoli ne ha fatto praticamente un obiettivo politico personale e va avanti senza neanche ascoltare (si è autodefinito “caterpillar”) e dare credito alle molteplici voci istituzionali ed autorevoli – Confindustria, Banca d’Italia, UPB, Commissione europea, CEI – che palesano i gravi rischi dell’autonomia differenziata sul sistema economico e dei diritti sociali e territoriali conseguenti alla disarticolazione della pubblica amministrazione.

Per la struttura stessa del provvedimento, se sarà approvato, dopo ci sarà ben poco da fare. Sarà difficile, se non impossibile, andare a referendum perché il ddl Calderoli è collegato alla legge di  bilancio per impedire che ciò avvenga. Rimarrà una possibilità in mano ai presidenti di Regione che potranno ricorrere alla Corte costituzionale per la lesione dei diritti delle Regioni che non sottoscriveranno le intese, ….. sempre che ci siano Regioni a statuto ordinario che non richiederanno la delega sulle materie previste dal ddl Calderoli …..e comunque anche così, si potranno solo raccogliere i cocci.

Resistenza Radicale è consapevole che il tempo scorre inesorabile ed è a svantaggio del popolo, che un efficace contrasto a questo progetto di legge ha bisogno di un vasto movimento di opposizione nel Paese e nel Parlamento. Bisogna costituire ad horas un largo fronte di resistenza che vede insieme uniti dallo stesso obiettivo presidenti di regione e sindaci di buona volontà, sindacati, partiti, associazioni, il mondo della cultura, delle professioni e cittadini tutti, dal Nord al Sud.

Lo scenario che si prospetta è quello di un presidente del consiglio eletto da presidenti di regione a loro volta resi autonomi, autoreferenziali senza più i limiti della Costituzione e della legislazione nazionale, e vincolati alle risorse dei propri territori. Con l’attuazione dell’art. 116 della Costituzione si aggirerà l’art. 94 e di fatto avremo un’investitura popolare del premier che potrà agire in solitudine bypassando il Parlamento e producendo atti intoccabili anche dalla Corte Costituzionale.

Gli accordi di maggioranza e l’approvazione del doppio ddl Calderoli e Casellati sanciranno, per legge di Stato, la morte della Repubblica e l’istituzionalizzazione delle diseguaglianze strutturali tra i cittadini italiani.

Resistenza Radicale Azione nonviolenta sostiene questa battaglia contro lo sciagurato progetto legislativo di Calderoli e gli accordi di maggioranza, si unisce al NO a difesa dell’unità del Paese, dell’eguaglianza sociale ed economica dei suoi cittadini e a tutela della Democrazia e della Costituzione. Al là di ogni retorica unitarista, l’autonomia regionalizzata differenziata darà il colpo di grazia non solo ai diritti sociali residuali, ma anche alla possibilità stessa di rivendicarli!

E’ arrivato il tempo delle scelte, il tempo di credere nei valori fondanti di questa repubblica, il tempo di unirsi, il tempo di lottare, il tempo di resistere.

Il tempo è ora.

Il link al testo pdf del ddl calderoli così come approvato il 23 gennaio 2024 dal Senato: DDL CALDEROLi – PDF

SINTESI

  • Il ddl calderoli si applicherà alle Regioni a statuto ordinario, ossia Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto. Restano escluse, salvo specifiche richieste, le Regioni a statuto speciale, ovvero Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta.
  • Le 23 materie di autonomia regionale del ddl Calderoli sono:
  • rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni;
  • commercio con l’estero;
  • tutela e sicurezza del lavoro;
  • istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale;
  • professioni;
  • ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi;
  • tutela della salute;
  • alimentazione;
  • ordinamento sportivo;
  • protezione civile;
  • Governo del territorio;
  • porti e aeroporti civili;
  • grandi reti di trasporto e di navigazione;
  • ordinamento della comunicazione;
  • produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
  • previdenza complementare e integrativa;
  • coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
  • valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali;
  • casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;
  • Enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale;
  • organizzazione della giustizia di pace;
  • norme generali sull’istruzione;
  • tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

di Marianna Panico – 25/03/2024